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Intervista viaggio Angola

dicembre 5, 2017 Pubblicato in: Uncategorized Tags: , ,  0 Commenti

Martina Lo Coco e Valentina Comi, due volontarie del Faggio Vallombrosano, hanno avuto l’opportunità di fare un viaggio solidale in Angola; Valentina di sei mesi, Martina di venti giorni. Di seguito una piccola intervista:

Da quanto fai volontariato al Faggio Vallombrosano e di cosa ti occupi solitamente?
VALENTINA – Da agosto sono volontaria del faggio, mi occupo di formulare nuove proposte per le aziende e aiuto in ufficio a seconda delle necessità (telefonate traduzioni etc ).

MARTINA – La mia esperienza al Faggio è iniziata come tirocinio. Frequento la triennale di Sviluppo Economico e Cooperazione Internazionale dell’Università di Firenze e dovevo completare un ciclo lavorativo presso una struttura in linea con i miei studi. E ho conosciuto così una piccola, calda realtà, che ha reso molto speciale il mio partnership. Nelle ore passate in ufficio dell’Associazione mi sono occupata di curare ed aggiornare il profilo Facebook ed il sito ufficiale; inoltre creavo copertine e volantini per eventi, cercando di seguire l’organizzazione complessiva. Sono stata aggiornata poi sugli utilizzi di Excel per tenere sempre sotto controllo il numero dei padrini e dei rispettivi bambini adottati a distanza, con relativi nomi ed indirizzi per essere sempre pronti a metterci in contatto con entrambi. Infatti un altro compito assegnatomi, anche se con meno frequenza, consisteva nel contattare i centri nei quali vivevano i bambini per chiedere novità, e conseguentemente comunicarle ai padrini. Il mio ultimo step è stato il viaggio in Angola a luglio, un’opportunità che ha allargato i miei orizzonti.
 

Martina Lo Coco

Raccontami la tua esperienza di viaggio solidale in Angola: quale erano le vostre giornate tipiche?

VALENTINA – Conosco il faggio dalla scorsa estate, appena laureata volevo fare un’esperienza lunga di volontariato e il faggio mi ha dato i contatti di un centro sostenuto dall’associazione in Angola, a Kangandala (Malanje) e sono partita per 6 mesi. Non si può parlare di giornata tipo perché ogni giorno un imprevisto o un disguido cambiava i piani. Il centro è una scuola elementare che ospita 835 alunni, le lezioni si svolgono sia la mattina che il pomeriggio. Io insegnavo inglese alla quinta e alla sesta classe una volta a settimana e due ore il giorno, tutti i giorni, facevo delle lezioni extra di alfabetizzazione ai bambini con più difficoltà nell’imparare a leggere e a scrivere(dislessia, disgrafia e deficit di attenzione affliggono la maggior parte dei bambini, debilitati dalle continue malattie in particolare la malaria, che pregiudica il regolare sviluppo celebrale). Il resto dei giorni venivo assegnata, a seconda delle necessità, a fare supplenza nelle classi prime e seconde ( i professori del governo si ammalano spesso, essendo Kangandala una zona endemica, e non esiste a livello governativo un sistema di supplenze). Dopo la fine della scuola passeggiavo per il villaggio dove abitavo (Kangandala) o andavo nella città più vicina (Malanje), muovendomi con i furgoncini adibiti a trasporto di persone e merci.

MARTINA – In Angola siamo rimaste 20 giorni, nei quali abbiamo visitato i due centri legati al Faggio di Catete, la quale ospita i bambini per il dopo-scuola comprensivo di un pasto completo, e Kangandala, che invece è una vera e propria scuola, con 800 bambini a suo carico, occupandosi della loro alimentazione e per quanto possibile della loro salute e quella delle famiglie. I centri appartengono ad un ordine missionario di suore, le “Irmas Franciscanas de Sao Jose”: le persone più forti che abbia mai conosciuto di persona. In entrambi i centri si occupano dell’organizzazione delle lezioni, affidate nel caso di Catete a giovani ragazze angolane istruite dalle suore, mentre nella scuola di Kangandala erano presenti dei professori. Lo stipendio di quest’ultimi dovrebbe essere per la maggior parte a carico del governo, ma le suore sono sempre costrette ad aiutarli di più per non obbligarli a lasciare il lavoro per andare a lavorare nel campi per portare qualcosa da mangiare a casa. Tutte loro sono brasiliane e nei centri in Angola sono riuscite a costruire una rete di servizi liberamente accessibili dalla povera popolazione. Inoltre sono state delle perfette guide. Il nostro principale compito è stato quello di conoscere, intervistare ed aggiornare le foto da mostrare ai padrini di ciascun bambino e di ciascuna famiglia. Per cui la nostra giornata era per una metà dedicata alla visita delle strutture scolastiche per incontrare i bambini all’interno del Progetto di adozione a distanza, e nella restante parte visitavamo le famiglie di questi nelle loro case, intervistandoli per scoprire i loro stili di vita. Ciò ci è servito per capire chi continuava ad avere il bisogno di rientrare nel programma di aiuti, e chi invece negli anni è riuscito a migliorare la propria condizione economica, per cui lo segnalavamo come in uscita per dare la possibilità a qualche altro bambino in difficoltà di avere un padrino.

Valentina Comi

Cosa ti ha colpito di più, quali sensazioni hai provato?
VALENTINA – La cosa che mi ha colpito di più è la sensazione di vedere di persona realtà innimmaginabili per noi europei , e non capire come si possa vivere in quelle condizioni. Bambini abbandonati a se stessi perché i genitori vivono nei campi, niente luce, poca acqua, continue malattie, cumuli di spazzatura: vedevo tutto questo ma non riuscivo a mettermi in testa che fosse reale.

MARTINA – Dell’Angola mi hanno colpito le abissali disuguaglianze tra una piccolissima nicchia amministrativa, ricca e piena di potere, e una grande maggioranza di poverissimi, dimenticati dal governo centrale e dagli abitanti dei quartieri altolocati della grande città. Perché le grandi differenze sono soprattutto presenti nelle metropoli, quasi per tre quarti composte da slums. Nonostante gli aiuti da tutto il mondo, la sanità primaria è un sogno per la popolazione rurale e praticamente un sistema inaccessibile per la popolazione urbana povera. Per questo lo Stato presenta un tasso di mortalità infantile fra i più alti dell’Africa subsahariana. Infatti, ad aggravare la situazione è l’uguale mancanza di cure materne e infantili. Anche i livelli di alfabetizzazione sono minimi, ma proprio i genitori dei bambini mi hanno detto che per loro la scolarizzazione dei figli è fondamentale, ed ho potuto constatarlo vedendo i loro sforzi nel mantenerli a scuola. In questo campo l’associazione ha un importante ruolo, in quanto le suore possono utilizzare i fondi, intra ed extra adozioni, per materiali scolastici. Questo purtroppo non vale per i medicinali, anche quelli base, perché costano troppo. In tutto questo ho visto i sorrisi più bianchi che mi sia mai capitato di incontrare e bambini con i sogni più grandi.

 

Le due volontarie, accompagnate da Lucia Pino, circondate dai bambini

 

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