La voce del silenzio

BIOGRAFIA AUTORE: Luca Poli è nato a Pisa nel 1986. E’ laureato in Cinema, Musica e Teatro presso l’Università di Pisa. Da anni coltiva la passione per il teatro e per il cinema. Ha frequentato laboratori di teatro e corsi di scrittura creativa. Clochard è il suo primo romanzo.

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Ore 17: Bussarono alla porta.

Era lei. Non potevo far finta di non essere in casa, sicuramente avrebbe visto l’automobile parcheggiata in cortile.

Così mi decisi ad aprirle la porta.

Entrò in casa e si sedette al tavolo.

Sapevo benissimo cosa voleva dirmi. Mi avrebbe detto che era finita.

Le nostre strade si stavano dividendo.

Io avevo perso il lavoro o forse avevo fatto in modo di essere licenziato, per inseguire un sogno che mi avrebbe costretto a rinunciare ad una comoda vita di città, per andare a vivere là dove la vita è scomoda e si lotta ogni giorno per sopravvivere.

Da anni dopo la mia laurea in lettere, sognavo di portare il mio sapere davanti agli occhi innocenti ed indifesi di bambini che non hanno nulla, ma imparando a leggere e a scrivere possono avere molto.

Ero sicuro che lei non mi avrebbe seguito, glielo si leggeva negli occhi.

Comunque per fugare ogni dubbio glielo chiesi ancora una volta. Lei mi guardò dritto negli occhi e mi disse ancora un deciso e secco: “No!”.

Lei non voleva cambiare vita e voleva continuare a fare ciò che faceva.

Dopo anni di studi, era riuscita a diventare il medico più bravo e stimato dalla città e non avrebbe mai rinunciato a ciò che aveva. Non avrebbe mai rinunciato ad un lavoro che era diventato una passione.

Ed io non avrei mai rinunciato ad un lavoro che sarebbe potuto diventare una passione. Una grande passione.

Mi guardò per qualche secondo, poi come per dirmi addio, mi diede un bacio. Un bacio sulla guancia, tenero e pudico.

Prima che potessi realizzare ciò che stava accadendo, lei se ne era già andata per la sua strada. Ora io dovevo andare per la mia.

Ore 20 del giorno dopo: ero all’ aeroporto. L’India mi stava aspettando.

Mentre ero sull’aereo realizzai che per la prima volta nella vita ero riuscito a mollare tutto e a fare ciò che veramente volevo.

Ad un certo punto però mi tormentò una domanda: avevo fatto bene a lasciare in tutta fretta una vita agiata per avventurarmi in un paese difficile e povero come l’India?

Subito mi balzò davanti agli occhi  la risposta. Sentii un bambino che rideva. Mi girai e vidi un giovane padre che giocava a solleticare il suo piccolo.

Vedere quell’uomo e suo figlio giocare insieme felici, mi fece sorridere e commuovere, capii che anch’io potevo dare ad un bambino come quello una speranza di un futuro migliore ed un po’ di felicità. Fu in quel momento che capii, senza ombra di dubbio che la scelta che avevo fatto era quella giusta.

Poi mi addormentai. Quando mi risvegliai, mi sembrava di aver dormito cent’anni.

Fu l’odore nauseante del sedile che mi ricordò di colpo che ero sull’aereo.

Quando scesi dall’aereo ero frastornato, forse per il fuso orario.

Quando entrai nella mia stanza d’albergo, la prima cosa che feci fu buttarmi sul letto.

Il letto era comodo, ma le coperte odoravano di muffa. C’era un fortissimo odore di incenso che mi faceva sentire come sotto l’effetto di una droga.

Così, complice la stanchezza e l’acuto profumo di incenso, mi addormentai ancora.

A svegliarmi furono i raggi del sole che filtravano prepotentemente dagli scurini di una piccola finestra. Era mattina, non so di quale giorno, ma era mattina.

L’odore di incenso sembrava scomparso. In compenso c’era un invitante odore che sapeva di colazione. Faceva un gran caldo ed ero molto sudato per cui mi feci una doccia fresca.

Poi scesi per scoprire che cos’era quel profumo che si sentiva fino da camera mia.

Era una strana colazione. Chiesi delucidazioni alla cuoca e lei mi rispose in uno strano inglese, che quelli che avevo nel piatto erano poori, piccoli pani che si consumano tradizionalmente a colazione. Mi spiegò che ci sono vari tipi di poori, quelli farciti agli spinaci (palak poori), alle patate (aloo poori) e dei pani puri al succo di tamarindo, confezionati abbastanza piccoli affinché si possa farne un boccone in modo che il succo non fuoriesca addentandolo.

Per il momento non volevo osare troppo, per cui presi dei poori al succo di tamarindo.

Mi dissi che uno come me che aveva sempre adorato l’India, adesso che ci avrebbe vissuto, non doveva lasciarsi intimorire così facilmente e così addentai velocemente quel panino. Buono pensai, proprio buono! La cuoca mi fece un sorriso perchè capì subito che la colazione era di mio gusto.

Più tardi andai alla vicina scuola elementare, dove mi aspettava una anziana signora che aveva insegnato li per più di trent’anni.

“Nice to meet you” le dissi, lei mi guardò con aria glaciale e mi rimproverò per aver ritardato di un quarto d’ora.

Ma figurati se uno preciso come me, può essere in ritardo! In genere era mia abitudine avere un orologio che spaccasse il secondo ma, un pò il fuso orario, un pò il traffico, arrivai per la prima volta nella vita in ritardo ad un appuntamento.

“Sono venuto con il Risciò, ma se vuole la prossima volta, per far prima vengo su un elefante! ” le dissi ridendo.

Lei rimase di sasso. Mi spiegò con voce potente e severa quel che sapevo già, che dopo trentadue anni di duro lavoro era felice di andarsene in pensione, ma non era felice che  fossi io a prendere il suo posto.

Questa volta rimasi io di sasso. Non mi fece aprir bocca e mi disse: “Vedi se riesci a domarle tu queste piccole bestie!” “Buon Lavoro!”.

La lasciai andar via e mi augurai che non mi avesse tirato addosso il malocchio. Appena l’anziana insegnante sparì dietro l’angolo, tutti i bambini si misero a saltare dalla gioia e io scoppiai in una grossa e grassa risata.

Notai che l’ambiente era molto trascurato, il pavimento era sporco, dai muri cadeva l’intonaco e sul soffitto c’erano strane chiazze d’umido.

Ci misi una buona mezz’ora a far mettere tutti al loro posto e quando tutto sembrava tranquillo, uno dei bambini si avvicinò a me, mi guardò dritto negli occhi e mi afferrò un capello, lo tirò con forza e lo strappò. Io rimasi in silenzio. Guardò ancora una volta il mio capello biondo e poi mi chiese senza più esitare da dove io venissi visto che avevo i capelli color paglia. Io sorrisi e gli dissi scandendo bene le parole che venivo dall’Italia. A quel punto lui si avvicinò ad un grosso planisfero e con il dito indicò l’Italia. Stupito mi complimentai con lui e gli diedi un bacetto sulla fronte.

Contento, fece per tornare a posto, ma ad un certo punto tornò verso di me.

Mi restituì il capello che mi aveva strappato e si presentò. Si chiamava Pushkar e mi sembrava fosse il più curioso e vivace di tutti i bambini.

Quel giorno tornai in albergo felice, contagiato com’ero dall’allegria di quei piccolini fui consapevole che quella mia nuova vita mi avrebbe reso un uomo migliore.

Non ci misi molto ad abituarmi a quella nuova vita e proprio da abitudinario quale ero, tutte le mattine facevo colazione con poori con il succo di tamarindo.

Mi sentivo talmente leggero, spensierato e libero, tanto che non portavo più neanche l’orologio al polso per spaccare il secondo; avevo una specie di orologio mentale, altrettanto preciso che mi permetteva di arrivare in classe un minuto prima del suono della campanella.

Avevo anche calcolato il tempo che ci mettevo in Risciò. Durante quel breve tragitto avevo fatto amicizia con Ardeshir, il proprietario del Risciò che usavo. Ardeshir trainava sempre il risciò a piedi nudi e così finiva sempre per bruciarsi i piedi perchè anche di mattina presto l’asfalto bruciava.

Così una mattina gli regalai un paio di scarpe da indossare quando trainava il suo Risciò, almeno non si sarebbe più scottato i piedi. Lui ne fu felicissimo, mi abbracciò e baciò, come se gli avessi comprato il mondo!

Almeno una volta alla settimana veniva a cena da me, accompagnato da i suoi tre figli e dalla moglie e tutte le volte mi diceva che tutti i suoi colleghi gli invidiavano quel paio di scarpe che gli avevo regalato. Era l’unico conducente di Risciò nella zona, ad indossare scarpe!

A scuola tutto andava splendidamente. Mi sentivo utile e avevo insegnato ai bambini a leggere e a scrivere. Apprezzavano tutto ciò che gli proponevo con una vivacità e una curiosità, che non avevo mai trovato. Quando insegnavo nelle scuole italiane notavo un disinteresse generale che coinvolgeva gran parte degli studenti, una sorta di apatia cronica. Invece insegnando qua in India mi accorgevo proprio del contrario, per quanto la scuola fosse poco accogliente, i bambini, forse perchè poveri di cultura e privati di molto, avevano una sete di sapere insaziabile.

In poco tempo ero riuscito a far leggere loro le filastrocche di Gianni Rodari e le poesie di Rabindranath Tagore, uno dei più famosi poeti indiani premio Nobel nel 1913.

Io e Pushkar eravamo diventati amici. Già dal nostro primo incontro, quando mi strappò il capello, si istaurò una simpatia. Mi mostrava sempre i suoi disegni e mi chiedeva sempre un parere su di essi. Il mio parere non poteva che essere positivo. Pushkar disegnava e dipingeva dei piccoli, grandi capolavori. Rimanevo sempre estasiato dalla sua innata bravura, incredibile per un bambino così piccolo. Per i suoi disegni prendeva quasi sempre spunto degli enormi e coloratissimi cartelloni che pubblicizzavano divi e pellicole del cinema indiano.

Una volta mi portò un disegno ancor più stupefacente. Era riuscito a rappresentare, guardandolo da un giornale, il bellissimo tempio del Taj Mahal. Fu in quell’occasione che emozionato gli promisi che un giorno lo avrei portato con me ad Agra nella parte settentrionale del paese, a visitare quel tempio.

Poi una sera me lo vidi arrivare a casa. Ero rientrato da circa mezz’ora, quando mi  bussò alla porta la padrona dell’albergo che teneva per mano il piccolo Pushkar.

“L’ho visto che girovagava nell’ingresso e mi ha chiesto di lei! ” Mi disse la padrona.

“Grazie di averlo portato fin qua!” dissi io

La padrona se ne andò ed io feci entrare Pushkar.

“Come hai fatto ad arrivare fin qua da solo?” gli domandai preoccupato

“A piedi!” disse lui

“E i tuoi genitori non si preoccupano per te?”, a quella domanda non rispose.

Allora insistetti: “Mamma e papa dove sono?”, neanche a quella domanda rispose.

Si comportava come se non sentisse ciò che gli stavo chiedendo. In realtà sapevo benissimo che aveva capito. Ed anch’io avevo capito benissimo che era meglio non insistere e cambiare argomento. Quella sera cenammo insieme, io gli raccontai della mia storia, dell’Italia e di quanto era bella Roma. Non gli chiesi più nulla della sua vita, avevo paura di sentirmi e di farlo sentire a disagio.

Comunque delle risposte dovevo averle. Così chiesi al mio amico Ardershir.

Lui girando col suo Risciò sapeva tutto di tutti. Mi disse che i  genitori di Pushkar erano spariti, probabilmente erano morti. Lui abitava in una vecchia baracca e viveva di elemosina.

Ero impressionato e turbato.

All’uscita da scuola quel giorno lo rincorsi e con il fiatone gli chiesi: ” Vuoi venire ad abitare con me?”

Lui non capì, probabilmente perchè avevo il fiato corto e allora glielo chiesi di nuovo: “Ti va di venire ad abitare con me?”

Lui fece subito di sì con la testa e prendemmo il Risciò insieme.

Ardeshir, quando mi vide salire sul suo risciò con Pushkar, disse con la sua solita allegria: “E che ci fa questo giovanotto con te sul mio risciò?”

“Viene via con me!” risposi io soddisfatto.

” Ah, vai a casa sua, eh? Fai bene, lui si che è un ottimo cuoco, mi ha fatto assaggiare dei maccheroni buonissimi!” disse Ardeshir.

Naturalmente Pushkar non sapeva neanche lontanamente che cosa fossero i maccheroni, ma fece finta di aver capito.

Arrivati in albergo Pushkar si mise subito a suo agio, accese la televisione e si fece due risate con i cartoni animati. Cenammo e poi si addormentò come un sasso.

La mattina dopo nella sua brandina non c’era, si era già alzato prima di me.

Sul suo cuscino trovai un disegno. Era un mio ritratto.

Poi alzai gli occhi dal ritratto e me lo trovai lì davanti.

“Buongiorno” gli dissi

“Buongiorno” rispose lui

“L’hai fatto tu, questo?” gli chiesi

Lui fece di si con la testa, come faceva quando era imbarazzato.

“Ma come hai fatto a farmi un ritratto così bello se ieri sera ti sei addormentato appena ti ho rimboccato le coperte?” gli chiesi stupito

“Chi ti dice che dormivo?” rispose subito con un sorriso da furbetto

Poi corse a vestirsi per andare a scuola. In quel momento decisi che avrei condiviso la mia vita con un piccolo straordinario bambino che mi rendeva felice.

Passarono le settimane e a scuola i bambini mi adoravano, tanto da insistere per continuare le nostre letture anche dopo il suono della campanella.

A casa Pushkar, si era impossessato del mio letto perchè era a due piazze e poteva navigarci dentro. Voleva sempre vedere i cartoni animati e riprodurre su carta i suoi personaggi preferiti.

Mi convinse anche a regalargli una piccola scimmietta che volle chiamare Gandhi, in onore del Mahatma.

Il problema era che non potevo certo tenere in albergo una scimmia, così io e Pushkar facevamo di tutto perchè la padrona non si accorgesse della sua presenza.

Ciò però non era certo facile visto che Gandhi si arrampicava dappertutto, sui mobili, sulle tende e a volte mi rosicchiava anche i fogli per i compiti a scuola.

Aveva anche imparato a tirare lo sciacquone, così se nel silenzio della notte si sentiva un rumore tipo cascate del Niagara, era quel dispettoso di Gandhi che si divertiva a tirare lo sciacquone.

Fu inevitabile che dopo pochi giorni la padrona dell’albergo ci scoprì, così fui costretto a dare la scimmia a Ardeshir.

Pushkar mi tenne il broncio per una settimana, poi trovammo un compromesso: la scimmia stava con Ardeshir e lui poteva andarla a trovare tutti i giorni dopo la scuola.

Anzi riuscì a convincere Ardeshir a ritrovarci una volta a settimana a cena a casa sua e non a casa nostra, come si faceva abitualmente, per vedere Gandhi.

Naturalmente provava ogni volta a nasconderla nel suo zainetto per portarla via con noi, ma quando stavamo per lasciare casa di Ardeshir, vedevo lo zainetto che si agitava irrequieto e il trucco, purtroppo per Pushkar, non funzionava mai.

Da quando ero venuto a vivere in India, molte cose erano cambiate. Io stesso ero cambiato: prima avevo una mentalità molto più chiusa, orari e regole precise da rispettare sempre. Poi ho capito che ciò che mi imponevo non mi portava da nessuna parte. Non sopportavo più neanche certe imposizioni che venivano dall’alto. Per cui ho mollato tutto ed ho iniziato a vivere una seconda vita, fatta di cose semplici, amore e spiritualità. Mi vestivo e pensavo alla orientale.

Avevo anche imparato ad apprezzare la voce del silenzio. In Italia avevo sempre bisogno ascoltare dei suoni, il silenzio mi metteva a disagio. In India invece mi ero accorto che l’ascoltare il silenzio mi rasserenava, mi serviva per ascoltarmi dentro.

Col passare del tempo mi accorsi con piacere che tutto qua era permeato di spiritualità.

Mi stupiva e incuriosiva girare per le strade e vedere dovunque tradizioni religiose antichissime.

Gradualmente con passare del tempo, mi ero costruito una religiosità tutta mia, che non andava a scontrarsi con la fede cristiana, ma apriva le porte a nuove fedi orientali.

Leggevo e mi informavo continuamente sui Veda, testi sacri antichissimi scritti in sanscrito. Molte volte riuscivo a trovarne delle traduzioni su internet, ma Ardeshir, mi aiutava a capire di quali traduzioni potevo fidarmi e quali erano poco affidabili.

Mi portava anche tanti libri per aiutarmi a capire le tantissime sfumature dell’Induismo, ma non mi influenzava mai con il suo pensiero. Voleva che gliene parlassi, ma lui ascoltava e basta, non esprimeva mai una sua opinione, credo che volesse lasciarmi libero di scegliere cosa condividere e cosa no di una così grande e complessa religione. Del resto non volevo praticarla, solo conoscerla e non volevo neanche distaccarmi dal Cristianesimo.

Insegnavo anche a Pushkar ciò che leggevo, gli parlavo dei guru e dei sadhu, coloro che, imitando la via mistica intrapresa da Shiva, abbandonano completamento il mondo e la sua materialità per dedicarsi solo a seguire una via di penitenza per poi raggiungere l’Illuminazione.

Pensavo che l’amore di Pushkar, il mio lavoro e la mia spiritualità mi bastasse, poi arrivò una sorpresa.

Quella mattina io e Pushkar, fummo svegliati da qualcuno che bussava alla porta.

Assonnato andai ad aprire. Non c’era nessuno. Uscii fuori nel corridoio, ma anche lì non c’era anima viva.

Poi quando stavo per rientrare in camera, sentii qualcuno dietro me che mi soffiava sui capelli.

Mi girai e la vidi.

Era lei.

Rimasi a bocca aperta e il tempo sembrò fermarsi.

Ci guardammo intensamente.

Poi l’abbracciai. Un lungo abbraccio che voleva dire ben tornata.

Erano due anni che non ci vedevamo. Da quel giorno, quando le nostre strade si erano divise, neanche una telefonata.

Eppure lei, si comportava come se non fosse successo nulla.

Mi disse che se volevo potevamo continuare il rapporto interrotto due anni prima.

Mi disse che mi voleva ancora nella sua vita.

Voleva una risposta, ma ero confuso, dovevo riflettere.

Perchè si era fatta viva dopo così tanto tempo?

Perchè ci aveva messo due anni ha capire che mi amava ancora?

Le dissi che ero troppo stanco e che sarebbe stato meglio parlarne l’indomani mattina.

Lei mi diede la buonanotte e se ne andò.

Passai la notte in bianco, faceva un caldo soffocante e avevo la testa piena di domande.

La mattina dopo ero agitatissimo, camminavo in su e giù per la stanza e vedevo Pushkar che mi guardava perplesso.

Non c’era scuola e io aspettavo solo che lei si rifacesse viva.

A mezzogiorno arrivò.

“Sono confuso, non mi aspettavo di rivederti dopo tanto tempo!” Le dissi

Fece un grosso sospiro e mi disse: “Non so perchè non sono venuta prima, ma avevo paura di un rifiuto da parte tua. Non sapevo come fosse la tua vita qua, non sapevo se mi avresti voluta ancora!”

“La mia vita è molto cambiata, adesso c’è anche Pushkar con me”

Pushkar fece un passo in avanti, come quando in classe si faceva l’appello.

“Ma sei un bellissimo bambino!” disse lei entusiasta

“Lo sai che io adoro i bambini, sennò non potrei fare il lavoro che faccio!” continuò.

Io iniziai di nuovo a camminare nervosamente per la stanza.

Poi la guardai dritto negli occhi e le dissi: “Davvero vuoi rimanere con me e con Pushkar?”

“Sì!” mi rispose senza esitare.

Io l’abbracciai, mentre Pushkar mi guardava con aria soddisfatta.

Non mi sembrava vero che lei mi avesse raggiunto. Ero al settimo cielo.

Poi la parte razionale che c’era in me le chiese: “E il tuo lavoro l’amavi, così tanto, come hai fatto a lasciarlo?”

“Ma non l’ho lasciato, lavorerò quà, posso far nascere tanti bambini anche quà!” mi spiegò lei.

Quella notte Pushkar ci lasciò dormire nel letto a due piazze, su cui misi le lenzuola di seta. Lui dormì senza protestare sulla brandina.

Il giorno dopo alla fine della scuola, Pushkar insisteva perchè voleva mostrare anche a lei, come faceva con me, le sue doti di disegnatore.

La costrinse a stare ore seduta al tavolo vicino alla finestra per ritrarla. Lei non si oppose, perchè aveva capito che era importante. Ogni tanto mi guardava come se cercasse aiuto o comprensione, con lo sguardo che mi domandava: “Quando finirà?”, allora io le sussuravo: “Porta pazienza e vedrai!”.

Probabilmente si aspettava un semplice disegno da bambini, ma quando lo vide rimase stupefatta.

“Non è possibile!” esclamò, esplodendo poi in una grande risata che contagiò anche me.

Quello era il modo più semplice e naturale che Pushkar aveva trovato per darle il benvenuto.

Nei mesi che seguirono, tutti e tre andammo insieme a visitare luoghi dell’India che non avevamo mai visto.

Fu in uno di quei viaggi che ebbi l’occasione di mantenere la promessa fatta a Pushkar: la visita al Taj Mahal.

Prendemmo il treno per raggiungere Agra. Fu un’esperienza scioccante: il treno era affollatissimo, c’erano persone ovunque, donne, uomini e bambini. Dovevo star attento a non pestare qualcuno, quando a fatica riuscivo a raggiungere il finestrino più vicino per prendere un po’ d’aria.

C’erano passeggeri anche sistemati sul tetto. Il caos era enorme. C’era anche qualcuno che perdeva i sensi per il caldo e chi perdeva le staffe e minacciava rissa. Noi tre non vedevamo l’ora di uscire.

Dopo un infinito viaggio arrivammo ad Agra.

Comprammo un bellissimo tappeto fatto a mano e navigammo sul fiume Yamuna.

Poi bendammo Pushkar, perchè la sorpresa funzionasse davvero.

Lui protestava perchè voleva vedere dove lo portavamo.

Dovevamo togliegli la benda dagli occhi una volta arrivati davanti al Taj Mahal, ma fu così grande lo stupore di trovarsi di fronte ad un monumento così gigantesco e maestoso che sia io che lei rimanemmo pietrificati e non sentivamo Pushkar che continuava a chiederci con impazienza se eravamo arrivati.

Ad un certo punto fu lei che mi dette una gomitata per farmi reagire.

Tolsi la benda a Pushkar e anche lui reagì come noi.

Mi guardò col suo bellissimo sorriso. Gli occhi gli brillavano.

Poi con uno scatto veloce ed atletico, mi saltò in collo, mi strinse forte e con la voce rotta dall’emozione, mi ringraziò.

Non so per quanto tempo, rimanemmo li immobili a fissare quella meraviglia.

Poi ci avvicinammo pian piano e potemmo notare numerose decorazioni e iscrizioni.

Alzando lo sguardo verso il cielo vidi l’enorme cupola del mausoleo. Avevo la sensazione di essere piccolo piccolo come una formica.

Il sole era al tramonto. I suoi raggi rosso fuoco assieme al bianchissimo marmo del Taj Mahal, creavano un effetto magico.

Fu lì che ci scattammo la nostra prima foto insieme.

Ad un certo punto a rompere il silenzio fu lo squillo del cellulare di lei. Era una sua collega. Le disse di recarsi subito al più vicino villaggio, perchè c’era una donna che stava per partorire.

Arrivati al vicino villaggio, la donna non ne voleva sapere di andare in ospedale.

Lei insisteva per convincerla che la cosa migliore da fare era ricoverarsi in ospedale, ma la donna continuava a gridare che suo figlio sarebbe nato lì, in casa sua.

Allora, guardò me con uno sguardo preoccupato, poi mi domandò: “Te la senti di aiutarmi a far nascere questo bambino?”

Io rimasi li come un broccolo senza rispondere, allora lei si infuriò e mi urlò: “Vuoi aiutarmi o no? Decidi! Non c’è tempo da perdere!”.

“Che devo fare?” le domandai

“Prendi degli asciugamani e una bacinella d’acqua calda”

Feci più presto che potevo, ma avevo il cuore in gola!

La donna urlava, si dimenava e sudava.

Mentre lei diceva alla donna di spingere più forte che poteva, io la sorreggevo con le mani dietro la schiena, perchè non scivolasse.

Pushkar stava nascosto dietro una tenda e sbirciava con un’espressione sofferente.

Ero molto teso ed ero partecipe anch’io del suo dolore. Anch’io sudavo e stringevo i denti, ma allo stesso tempo cercavo di farle coraggio.

Immediatamente dopo il primo vagito, lei si assicurò che il bambino appena nato fosse sano e respirasse bene.

Poi lo lavò delicatamente con l’acqua della bacinella, lo avvolse in un asciugamano e me lo diede in braccio. Quello fu il momento più bello ed emozionante della mia vita.

Provai una gioia incredibile.

Con le lacrime agli occhi lo consegnai nella braccia di sua madre.

Anche lei come me si commosse.

Da quando lei era tornata nella mia vita come un fulmine a ciel sereno, mi ero tormentato nel capire perchè il nostro rapporto così come si era interrotto bruscamente, era riiniziato dopo due anni con così tanto facilità.

Quel giorno capii che molte cose che ci accadono, accadono per una precisa ragione.

Inutile forzarsi di capire quale essa sia, bisogna aspettare, aver fede e aspettare.

Lasciarsi trasportare dell’ordine naturale delle cose, ascoltando il proprio cuore e la propria anima, solo così facendo si ha rispetto per sè stessi e per il prossimo.

Adesso guardandola negli occhi, per la prima volta dopo tempo, non ci sarebbe stato bisogno di parole.

E per la prima volta nella mia esistenza, quando al mattino spalancavo la finestra, guardando fuori, capivo di essere a casa.

E’ una sensazione straordinaria quella che ti fà capire finalmente di essere nel luogo giusto al momento giusto.

Era l’India la mia casa.

Ero riuscito a fare su di me un lavoro di introspezione che mi era servito a rendermi conto che avevo cambiato totalmente modo di vedere la vita e le persone che mi circondavano. Mi sentivo soddisfatto e in armonia con me stesso, con gli altri e con la natura, una sensazione bellissima, nuova e talmente intesa che le parole non sono in credo di descriverla.

Quà in India ero riuscito finalmente ha trovare la mia dimensione ideale.

Quel giorno, tornando a casa, ripensai intensamente all’esperienza che avevo appena vissuto: mi resi conto di quanto fosse bella e splendida la paternità.

Diventare padre sarebbe stato sicuramente una esperienza intensissima, un piacere che nulla al mondo avrebbe potuto ripagare, un modo straordinario di completare un mosaico, un punto d’arrivo, anzi di partenza.

Se mi chiedessero oggi, com’è l’India, risponderei con una frase di Rabindranath Tagore che recita così: “L’India può insegnare che la vita spirituale è gioia, voluttà, danza, ora tumultuosa e selvaggia come le piogge del Bengala, ora calma ed elevata come le vette dell’Himalaya. La vita spirituale è innocenza e libertà, dramma ed estasi”.