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Responsabilità dell’ incontro

Luglio 22, 2018 Pubblicato in: Uncategorized Tags: , , , , , ,  0 Commenti

Una nuova puntata della rubrica PENSARSI. Cosimo riflette sul tema della cultura, dell’identità, del rapporto con l’alterità e arriva al tema attuale del rapporto inevitabile nelle nostre città con persone migranti.

 

Vorrei iniziare con un dialogo che ho avuto durante una delle mie esperienze di viaggio, un episodio che mi ha fatto riflettere molto. Durante una mia esperienza negli Stati Uniti, chiacchierando con un mio amico statunitense, venne fuori il tema della cultura.

Secondo il mio amico, io avevo una cultura, dei tratti culturali e anche un immigrato messicano aveva dei tratti culturali. Lui invece riteneva, essendo americano residente in america, di non avere tratti culturali in quanto non riscontrava differenze tra il suo modo di comportarsi e di stare al mondo e ciò che aveva appreso e che aveva sempre visto come normale. Era un pò come se egli vedesse la cultura americana come una cultura zero, una cultura neutra. Ciò mi fece molto riflettere sull’etnocentrismo, sul relativismo culturale, sulla cultura in generale.
Di fatto, la nostra cultura ci offre un mondo, che noi riteniamo essere IL mondo mentre in realtà è solamente uno tra i tanti mondi possibili. La cultura è un mezzo tramite cui l’uomo e le società tentano di dare un ordine al caos: al sistema complesso che è la realtà. Essa ci dona un sistema di significati a cui l’uomo attinge per dare un senso al mondo.

 

Incontro tra mondi

Possiamo in questi termini definire l’incontro tra due persone provenienti da contesti culturali differenti come un incontro di mondi. Oggi, a causa del nostro sistema economico- il cui sviluppo non è più un mezzo per le nostre società ma il fine stesso- e a causa delle scelte politiche che proprio dal nostro sistema economico sono dettate, viviamo in un periodo storico in cui le migrazioni verso i paesi del “nord del mondo” sono particolarmente vivaci. Dunque, le “nostre” città stanno inevitabilmente  diventando multietniche, multiculturali. Ritengo perciò fondamentale riflettere, e qui lo farò solo brevemente, sul tema dell’incontro con l’alterità, con il diverso.

Il nostro rapporto con i migranti che incontriamo quotidianamente  ritengo che sia caratterizzato da due modi diversi di agire: il primo prevede che le nostre relazioni con l’altro siano basate sulle somiglianze, escludendo le differenze; il secondo, più comune, prevede che siano basate esclusivamente sulle differenze tra noi e il loro. Entrambe sono sbagliate, se il nostro fine è la comprensione dell’altro.

 

La logica identitaria

 

Più in generale, nel nostro modo di approcciarci all’alterità predomina la logica identitaria. Noi abbiamo bisogno di essere riconosciuti e di riconoscerci in qualcosa. Questo qualcosa è una sostanza fittizia, inventata culturalmente. A livello collettivo e di società, questa sostanza un  tempo era la “razza”, adesso sono la nazione o l’etnia di provenienza. Questo processo di identificazione avviene tramite opposizione all’altro. Si basa quindi sulle differenze, che divengono ostacoli insuperabili, confini, muri. Risulta chiaro che quando un migrante entra in ciò che riteniamo la nostra nazione – in quanto in essi ci siamo identificati- viene visto da noi come una minaccia. Infatti, egli mette in discussione la nostra identità. La logica identitaria porta quindi al conflitto, alla discriminazione e alle guerre. Il massimo a cui può ambire sono l’integrazione ( cioè l’annullamento del mondo culturale dell’altro) o la tolleranza ( che altro non è che la sopportazione dell’altro). Siamo dunque lontani dallincontro con la diversità.


Dar valore alle relazioni


Penso che dobbiamo iniziare, o tornare, a dare maggior valore alle relazioni. Le relazioni implicano l’incontro con l’altro. Incontro che porta al dialogo. Dialogo che ci conduce all’avvicinamento e alla comprensione. Solo così possiamo giungere ad una conoscenza. Ovviamente, tutto questo richiede volontà e soprattutto una presa di responsabilità.

Tornando alle due modalità di approccio ai migranti, credo che dovremmo in qualche modo unirle. Dovremmo prenderci la responsabilità di incontrare l’altro in quanto simile a noi, riconoscendo l’umano spesso sofferente che abbiamo davanti. Dopodichè, solo tramite il percorso relazionale descritto sopra che porta alla comprensione e alla conoscenza potremo cogliere le differenze che intercorrono tra le nostre culture. Le differenze individuate devono essere usate come RISORSE, invece che come confini.

Ricordandoci che la storia dell’uomo è una storia di migrazioni, meticciamenti ed incontri. E Livorno ne è un esempio eclatante.

E in cosa deve aspirare un incontro tra due uomini? Non lo so ma spero che possa puntare a trovare quello che Conrad descrive come «ciò che parla alla nostra capacità di provare meraviglia e ammirazione, ciò che parla al senso del mistero che circonda la nostra vita, al nostro senso della pietà, del bello e del dolore, alla segreta comunione con il mondo intero e, infine, alla sottile ma insopprimibile certezza della solidarietà che unisce la solitudine di infiniti cuori umani, all’identità di sogni, gioie, dolori, aspirazioni, illusioni, speranze e paure che lega l’uomo all’uomo e accomuna l’intera umanità: i morti ai vivi e i vivi agli ancora non nati».

 

Il quadro è di Munch: lavoratori che tornano a casa 

Le scuole indiane di “Maestra Giulia” – Terza puntata:

Marzo 13, 2018 Pubblicato in: Uncategorized Tags: ,  0 Commenti

Terza puntata della rubrica “Maestra Giulia”, in cui la nostra volontaria ci spiega come sono organizzate le scuole indiane che ha visitato durante il viaggio solidale, sottolineando le differenze tra il paese visitato e l’Italia.

Le scuole indiane di “Maestra Giulia”

Terza puntata:

Le scuole indiane che abbiamo visto durante il viaggio di monitoraggio in Ottobre 2016 mi sono sembrate molto organizzate, ma soprattutto molto numerose!
 
Per capirci, in ogni classe ci sono oltre 50 bambini. La maestra per fare l’appello ci mette dieci minuti! Ma l’India è il paese delle contraddizioni, e per ogni bambino che va a scuola ce n’è un altro o forse due che non ha possibilità per poter studiare.
 
Sì, perché la scuola è troppo lontana o perché la famiglia non ha i soldi per farlo studiare e perché il suo lavoro è fondamentale per tirare avanti. Abbiamo conosciuto molte famiglie che ci chiedevano di aiutarle a mandare a scuola i loro figli. Tanti genitori sanno quanto sia importante l’istruzione per i loro bambini, vorrebbero farli studiare per avere un futuro con più opportunità, il più delle volte diverso da quello dei loro familiari.
 

In India

Nelle scuole che abbiamo visitato abbiamo notato una disciplina nei ragazzi e nei bambini invidiabile. La mattina prima di entrare a scuola c’è il ritrovo nel giardino, si recitano le tabelline o delle poesie per iniziare la giornata, oppure si praticano delle attività sportive, che ricordano un po’ quello che noi intendiamo per pilates. Poi fila dopo fila i bambini si dirigono nelle loro classi.
Immaginate 200 bambini in un giardino che come formichine camminano in fila senza darsi spinte, senza piangere, ma con il sorriso e la voglia di fare.
 
Un sogno per le scuole italiane! In alcuni centri i bambini hanno un momento di tempo libero dopo la colazione per poter ripassare e finire i compiti prima di entrare a scuola, non hanno da vedere nessun cartone animato sullo smartphone della mamma mentre guida a tutta velocità per andare ad accompagnarlo all’asilo o a scuola.
 
La maggior parte dei bambini vive nel centro e gli altri camminano per arrivarci dalle loro case. Solitamente gli studenti hanno una divisa, che cambia in base alla classe frequentata.
 
Quello che passa a noi, visitatori bianchi, è che questi bambini abbiano voglia di imparare e che sappiano di quanto sia importante l’educazione per il loro futuro. Sembra che siano consapevoli della fortuna che hanno.
 
bambini del sostegno a distanza

Alcuni bambini delle scuole indiane con cui collaboriamo

 

Per maggiori informazioni riguardo la nostra associazione  potete contattarci scrivendo a marco@adozioniadistanza.it o visitare la nostra pagina Facebook

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Viaggio solidale in Brasile – intervista a Alice Romiti

Gennaio 11, 2018 Pubblicato in: Uncategorized Tags: , ,  0 Commenti

Alice Romiti, volontaria del Faggio, ad ottobre ha partecipato insieme a Cosimo Gragnani al viaggio solidale in Brasile. Mentre Cosimo ci ha descritto le mansioni svolte e le emozioni che ha provato nello svolgerle (che potete leggere quì: http://bit.ly/2CUpjyV), Alice si sofferma più sull’aspetto culturale, sulle impressioni che ha avuto della popolazione locale e sulla vivibilità del Paese.

ALICE – Il viaggio in Brasile è stata un’esperienza davvero stupenda, molto stimolante sotto tanti punti di vista.
Grazie al Faggio Vallombrosano abbiamo l’opportunità di fare questo viaggio di monitoraggio: insieme a Marco o Lucia controlliamo che tutto sia in regola e che i bambini abbiamo effettivo bisogno del nostro aiuto. Andiamo a visitare tutte le famiglie, casa per casa, controllando così la situazione,  e parliamo con tutti i bambini. È un momento dove possiamo raccogliere più informazioni, e dove facciamo le videointerviste ai bambini, da mandare in seguito ai padrini e alle madrine, per creare comunicazione tra loro.
Inoltre, riusciamo a controllare bene la situazione grazie all’aiuto delle suore dei centri: sul posto sono le nostre mediatrici coi bambini, e anche dall’Italia siamo in continuo contatto con loro che ci aggiornano sulla situazione quotidianamente, tramite Skype telefonate o mail, ci fanno domande, ci parlano dei bambini e ci informano. Infatti, un po’ per il ruolo che rivestono nella comunità, un po’ per il ruolo istituzionale che hanno, sono sempre a contatto con le famiglie e coi bambini.

Il Brasile è una realtà assolutamente particolare, fatta di contrasti. Da un lato troviamo città enormi, abbastanza sviluppate e bellissime. Ad esempio a Copacabana o a Rio de Janeiro è una cosa incredibile: vialoni, palazzi, super grattacieli, grandi alberghi, negozi enormi..tutto così grande e lussuoso.
Non serve cambiare città, ma basta girare l’angolo per notare il contrasto (ad esempio a Rio de Janeiro): trovi una parte della città devastata, sporca, piena di criminalità, con visi poco raccomandabili.

Oltre a questo, le persone sono povere. Più o meno il cibo non manca, perchè è una terra molto rigogliosa e quindi tutti hanno nel loro giardinetto alberi di cocco, di more o un orticello; quello che manca è il riso e il latte, che sono forniti dalle suore. Quindi per povertà si intende persone che vivono con poco cibo, in case senza porte e finestre in cui vivono sette persone in due stanze.
Nonostante la povertà, hanno il senso dell’ospitalità simile al nostro: ci hanno invitato a casa, hanno cucinato per noi, ci hanno offerto da bere ed abbiamo mangiato tutti insieme.
In più, hanno degli scopi per il futuro: ad esempio se chiedi ai bambini cosa vogliono fare da grande, non rispondono semplicemente “il medico”, ma sono più specifici (ad esempio “biologo marino”), sanno di voler fare l’università o altro… Quindi, sono persone molto povere, ma che si rendono conto bene della vita e dell’importanza della cultura.
Hanno un livello culturale inferiore al nostro, ma hanno una percezione del mondo e i valori simili ai nostri: infatti, non ci sono disparità tra uomo e donna, né tra bambino e adulto. Anche se la chiesa ha un ruolo ancora di sostegno, non ci sono più fanatismi religiosi (ovviamente sto parlando in termini generali). Quando ti trovi a contatto con loro, ricevi un’accoglienza stupenda, ti senti a casa e al pari loro.

Una famiglia brasiliana fotografata durante il monitoraggio

 

Come dicevo, il Brasile ha una realtà particolare perchè è un paese povero, ma allo stesso tempo ricco. È un paese enorme: ad esempio, Rio de Janeiro ha sei milioni di abitanti, San paolo dodici milioni. Secondo me le persone hanno bisogno di aiuto, ma non siamo così distanti culturalmente, come ad esempio in Africa o in India dove ci sono persone bisognose di aiuto nettamente diverse da noi dal punto di vista culturale.
Il Brasile è un paese con miliardi di potenzialità, tuttavia è afflitto da molta corruzione e da un alto tasso di  criminalità, dove possiamo trovarci in situazioni davvero molto pericolose.
Il posto più pericoloso dove siamo stati è Itaborai, una delle favelas di Rio de Janeiro. Lì, la suora del centro è stata minacciata più volte con una pistola alla testa ed è stata derubata in casa. Di solito le persone che hanno un ruolo religioso vengono “risparmiate”, ma lì non si risparmia nessuno.
Una scena che mi ha colpito è stato quando ci è passata davanti una banda armata di fucili in moto e macchine, poteva bastare un secondo e ci avrebbero potuto sparare; siamo rimasti sorpresi, non ci aspettavamo di vedere una situazione così estrema, che solitamente vediamo nei film.
Quando entri nelle favelas non ti accorgi nemmeno che stai entrando, quindi può crearsi una situazione di paura. Infatti, potrebbe succede che tu venga scambiato per uno di un clan rivale o per un poliziotto, e quindi ti potrebbero sparare a vista.
Di solito ci sono sentinelle all’ingresso delle favelas che però noi turisti non riconosciamo, ma le suore li riconoscono e ce le hanno indicate. Fermano la macchina e da quel punto in poi prosegui a piedi, nascondendo la macchina fotografica, non potendo fare foto ed evitando di guardare in faccia le persone.
Ci sono delle favelas , come quelle dove abitavamo noi a Itaborai, non adibite allo spaccio: noi eravamo nella colonia di lebbrosi, abitavamo proprio davanti al centro; è comunque pericoloso, ma con le suore puoi andare tranquillamente.
Mentre nelle favelas adibite allo spaccio delle città fulcro del traffico, come a Rio de Janeiro, vi sono delle strade di perimetro dove vi sono poltrone, televisori, massi e altre cose che bloccano il passaggio, perchè sabato e domenica vengono chiuse totalmente per consentire il traffico in tranquillità.

Alice Romiti e Cosimo Gragnani durante il viaggio solidale

 

Per maggiori informazioni riguardo la nostra associazione scrivi a marco@adozioniadistanza.it, visita la pagina Facebook http://www.facebook.com/sostegnoadistanza/ o chiama direttamente la sede Highlights info row image 0586 579913

 

Giordana Pucciani

Intervista viaggio Angola

Dicembre 5, 2017 Pubblicato in: Uncategorized Tags: , ,  0 Commenti

Martina Lo Coco e Valentina Comi, due volontarie del Faggio Vallombrosano, hanno avuto l’opportunità di fare un viaggio solidale in Angola; Valentina di sei mesi, Martina di venti giorni. Di seguito una piccola intervista:

Da quanto fai volontariato al Faggio Vallombrosano e di cosa ti occupi solitamente?
VALENTINA – Da agosto sono volontaria del faggio, mi occupo di formulare nuove proposte per le aziende e aiuto in ufficio a seconda delle necessità (telefonate traduzioni etc ).

MARTINA – La mia esperienza al Faggio è iniziata come tirocinio. Frequento la triennale di Sviluppo Economico e Cooperazione Internazionale dell’Università di Firenze e dovevo completare un ciclo lavorativo presso una struttura in linea con i miei studi. E ho conosciuto così una piccola, calda realtà, che ha reso molto speciale il mio partnership. Nelle ore passate in ufficio dell’Associazione mi sono occupata di curare ed aggiornare il profilo Facebook ed il sito ufficiale; inoltre creavo copertine e volantini per eventi, cercando di seguire l’organizzazione complessiva. Sono stata aggiornata poi sugli utilizzi di Excel per tenere sempre sotto controllo il numero dei padrini e dei rispettivi bambini adottati a distanza, con relativi nomi ed indirizzi per essere sempre pronti a metterci in contatto con entrambi. Infatti un altro compito assegnatomi, anche se con meno frequenza, consisteva nel contattare i centri nei quali vivevano i bambini per chiedere novità, e conseguentemente comunicarle ai padrini. Il mio ultimo step è stato il viaggio in Angola a luglio, un’opportunità che ha allargato i miei orizzonti.
 

Martina Lo Coco

Raccontami la tua esperienza di viaggio solidale in Angola: quale erano le vostre giornate tipiche?

VALENTINA – Conosco il faggio dalla scorsa estate, appena laureata volevo fare un’esperienza lunga di volontariato e il faggio mi ha dato i contatti di un centro sostenuto dall’associazione in Angola, a Kangandala (Malanje) e sono partita per 6 mesi. Non si può parlare di giornata tipo perché ogni giorno un imprevisto o un disguido cambiava i piani. Il centro è una scuola elementare che ospita 835 alunni, le lezioni si svolgono sia la mattina che il pomeriggio. Io insegnavo inglese alla quinta e alla sesta classe una volta a settimana e due ore il giorno, tutti i giorni, facevo delle lezioni extra di alfabetizzazione ai bambini con più difficoltà nell’imparare a leggere e a scrivere(dislessia, disgrafia e deficit di attenzione affliggono la maggior parte dei bambini, debilitati dalle continue malattie in particolare la malaria, che pregiudica il regolare sviluppo celebrale). Il resto dei giorni venivo assegnata, a seconda delle necessità, a fare supplenza nelle classi prime e seconde ( i professori del governo si ammalano spesso, essendo Kangandala una zona endemica, e non esiste a livello governativo un sistema di supplenze). Dopo la fine della scuola passeggiavo per il villaggio dove abitavo (Kangandala) o andavo nella città più vicina (Malanje), muovendomi con i furgoncini adibiti a trasporto di persone e merci.

MARTINA – In Angola siamo rimaste 20 giorni, nei quali abbiamo visitato i due centri legati al Faggio di Catete, la quale ospita i bambini per il dopo-scuola comprensivo di un pasto completo, e Kangandala, che invece è una vera e propria scuola, con 800 bambini a suo carico, occupandosi della loro alimentazione e per quanto possibile della loro salute e quella delle famiglie. I centri appartengono ad un ordine missionario di suore, le “Irmas Franciscanas de Sao Jose”: le persone più forti che abbia mai conosciuto di persona. In entrambi i centri si occupano dell’organizzazione delle lezioni, affidate nel caso di Catete a giovani ragazze angolane istruite dalle suore, mentre nella scuola di Kangandala erano presenti dei professori. Lo stipendio di quest’ultimi dovrebbe essere per la maggior parte a carico del governo, ma le suore sono sempre costrette ad aiutarli di più per non obbligarli a lasciare il lavoro per andare a lavorare nel campi per portare qualcosa da mangiare a casa. Tutte loro sono brasiliane e nei centri in Angola sono riuscite a costruire una rete di servizi liberamente accessibili dalla povera popolazione. Inoltre sono state delle perfette guide. Il nostro principale compito è stato quello di conoscere, intervistare ed aggiornare le foto da mostrare ai padrini di ciascun bambino e di ciascuna famiglia. Per cui la nostra giornata era per una metà dedicata alla visita delle strutture scolastiche per incontrare i bambini all’interno del Progetto di adozione a distanza, e nella restante parte visitavamo le famiglie di questi nelle loro case, intervistandoli per scoprire i loro stili di vita. Ciò ci è servito per capire chi continuava ad avere il bisogno di rientrare nel programma di aiuti, e chi invece negli anni è riuscito a migliorare la propria condizione economica, per cui lo segnalavamo come in uscita per dare la possibilità a qualche altro bambino in difficoltà di avere un padrino.

Valentina Comi

Cosa ti ha colpito di più, quali sensazioni hai provato?
VALENTINA – La cosa che mi ha colpito di più è la sensazione di vedere di persona realtà innimmaginabili per noi europei , e non capire come si possa vivere in quelle condizioni. Bambini abbandonati a se stessi perché i genitori vivono nei campi, niente luce, poca acqua, continue malattie, cumuli di spazzatura: vedevo tutto questo ma non riuscivo a mettermi in testa che fosse reale.

MARTINA – Dell’Angola mi hanno colpito le abissali disuguaglianze tra una piccolissima nicchia amministrativa, ricca e piena di potere, e una grande maggioranza di poverissimi, dimenticati dal governo centrale e dagli abitanti dei quartieri altolocati della grande città. Perché le grandi differenze sono soprattutto presenti nelle metropoli, quasi per tre quarti composte da slums. Nonostante gli aiuti da tutto il mondo, la sanità primaria è un sogno per la popolazione rurale e praticamente un sistema inaccessibile per la popolazione urbana povera. Per questo lo Stato presenta un tasso di mortalità infantile fra i più alti dell’Africa subsahariana. Infatti, ad aggravare la situazione è l’uguale mancanza di cure materne e infantili. Anche i livelli di alfabetizzazione sono minimi, ma proprio i genitori dei bambini mi hanno detto che per loro la scolarizzazione dei figli è fondamentale, ed ho potuto constatarlo vedendo i loro sforzi nel mantenerli a scuola. In questo campo l’associazione ha un importante ruolo, in quanto le suore possono utilizzare i fondi, intra ed extra adozioni, per materiali scolastici. Questo purtroppo non vale per i medicinali, anche quelli base, perché costano troppo. In tutto questo ho visto i sorrisi più bianchi che mi sia mai capitato di incontrare e bambini con i sogni più grandi.

 

Le due volontarie, accompagnate da Lucia Pino, circondate dai bambini

 

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