Il viaggio di Martina

India 2020

Diario di viaggio di Martina Cuchel durante il Campus Volontari 2020
Primo giorno

Un cartello “Welcome Benedetta & friends” ci attende all’aeroporto di Ranchi. Il nostro viaggio inizia così tra sorrisi, abbracci e un sacco di “nice to meet you” a suorine adorabili vestite di blu, e continua su un pullmino alla sister act su stradine dissestate e camion ribaltati. La stanchezza e le otto ore di viaggio vengono tutti ripagati all’arrivo al centro di Karangabahla: veniamo accolte da bambini emozionati e un po’ intimiditi ma sempre pronti a generosi sorrisi. Ci spiegano che da tradizione in India agli ospiti vengono lavati piedi e mani, così i bambini dotati di brocca e asciugamano lavano le nostre mani prima di farci assaggiare una deliziosa torta preparata proprio per il nostro arrivo. La serata termina tra danze e canti dei piccoli e con la certezza che questa è stata la prima di una serie di splendide giornate.

Secondo giorno:

Super sveglia all’alba belle cariche (o quasi) per vivere il centro appieno. Dopo una messa super partecipata con canti a squarciagola delle bambine degni dei migliori karaoke, abbondantissima e salata colazione con tanto di ceci e uova sode. Doccia veloce con secchi di acqua scaldata dalle suorine e via per la visita delle famiglie dei bambini sostenuti a distanza dal Faggio. Una classica jeep da sei posti, diventa un un minivan da dodici… la comodità non fa per noi! Dopo una mezzoretta di buche e polvere arriviamo al primo “villaggio”, una decina di case composte da argilla. Persone a cui mancano anche le cose primarie come l’acqua corrente, che insistono per farti un tè o offrirti qualcosa da mangiare… quello che unisce questa gente è il senso dell’accoglienza, della condivisione e dell’altruismo, che poi è quello che abbiamo un po’ perso a casa nostra, richiusi nelle nostre paure e insicurezze. Giochi e danze con i bambini e con la nostra poca coordinazione, concludono la giornata. Oggi torniamo al centro con la consapevolezza di quanto siamo fortunate ad essere nate nella parte “giusta” del mondo, che non sai mai quante persone può contenere una jeep e che torneremo a casa ingrassate di almeno cinque chili tra dolcetti, riso e una quantità innumerevole di cibo offerto degno di Benvenuti al Sud.

Terzo giorno:

La colazione stamani ha un sapore più occidentale con biscotti e caffè, probabilmente le suore devono aver capito dai nostri visi che porridge, uova e ceci con cipolla non erano proprio il massimo per il nostro risveglio mattutino. Usciamo nel cortile e veniamo circondati dai bambini che salutiamo con un internazionale “give me five” come vecchi amici. Le tecniche per stivarsi nella jeep non sono più un segreto per noi, quindi con disinvolta agilità saliamo e ci dirigiamo verso il prossimo villaggio per la visita alle famiglie. Ci colpiscono le storie che ci vengono raccontate, tutte diverse ma accomunate da una triste tragicità. Chi per una semplice frattura ha perso la capacità motoria, chi ha distrutto parte della casa per un banale incendio domestico, chi ha perso il padre per un incidente, chi è andato a cercare lavoro a Delhi per mantenere la famiglia ed è sparito nel nulla. Storie tragiche ma vissute con estrema dignità, che hanno portato a una solidarietà enorme tra la comunità con famiglie che si aiutano a vicenda sostenute anche dall’attività delle suore che sono sempre a stretto contatto con queste persone. Cerchiamo di rispondere ai tè e al cibo offerto con le uniche cose che abbiamo di commestibile: i taralli confezionati e le barrette ai cereali che facciamo passare come italian food. La gratitudine si legge negli occhi. Sono solo tre giorni ma sembra un mese che siamo a Karangabahla, il tempo funziona diversamente quaggiù. Ormai quanto rientriamo dalle visite diciamo che “stiamo tornando a casa”.

Quarto giorno:

Domenica, giorno di festa! Mentre per noi giorno di festa vuol dire dormire fino a tarda mattina e fare colazione con calma magari davanti a un cappuccino e una bella brioche alla crema sul mare, qui la festa prevede sveglia presto e messa alle sette e mezzo. La messa ovviamente non è come la intendiamo noi, la celebrazione è un modo per incontrarsi e stare insieme, la mattina vedi gente che dai villaggi vicini si reca in bicicletta, in macchina, in moto o a piedi alla chiesa del Centro per condividere la festa della Domenica. Due ore e mezzo di messa ci vedono provate, decisamente non ci siamo abituate! Il gesto più bello della celebrazione è il momento dell’offertorio dove ognuno porta sull’altare il cibo che può donare, generalmente riso. Uscite dalla chiesa, generose strette di mano, foto e tanti “dhanyavaad”, una delle poche parole imparate e che abitualmente riproponiamo, che significa grazie.

Visite alle famiglie, pranzo veloce e pronte per il torneo di giochi preparati da noi per le bambine. Sfida di balli, palla avvelenata, ruba bandiera e scalpo. Mai viste bambine tanto felici e soprattutto tanto veloci! Balletti stile, da Call me maybe a Waka Waka, dove anche una Shakira ai tempi d’oro impallidirebbe. Alla fine non c’è un vincitore ma premiamo tutti con una medaglia home made fatta con spago, carta e matite. Il nostro premio invece è leggere la felicità nei loro occhi.

Quinto giorno:

Dovete sapere che al Centro di Karangabahla c’è una pompa per accedere all’acqua costruita grazie ad una raccolta fondi del Faggio. Questo permette di avere acqua a sufficienza ma sempre in quantità limitata per cui in questi giorni abbiamo cercato di utilizzarla con parsimonia. Oggi però è mattinata dedicata alla pulizia personale con doccia e lavaggio panni sporchi. Il momento doccia è un’esperienza che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita: secchi di acqua scaldata con un attrezzo pericolosissimo da “don’t try this at home” fatto di metallo da attaccare alla corrente elettrica. Il passo successivo è semplicemente prendersi a secchiate e cercare di lavarsi il più possibile. Lavaggio panni da belle lavanderine con sapone di marsiglia e tecnica Karangabahla style con strusciamento su pietra. La visita alle famiglie è sempre un mix di emozione e gratitudine. Riusciamo a fare le chiamate ai padrini mostrando loro la realtà familiare delle bambine, mini video con intervista per chi non può rispondere. Il ritorno al centro è da film, con le bambine che corrono in massa verso la jeep per aprirci il cancello chiedendoci di scendere per giocare. Non possiamo non accontentarle! Oggi limbo, balli e finale con tanto di trenino da ultimo dell’anno. La parola “Didi” ci segue da ieri, chiediamo alle suore il significato e ci rispondono che le bambine lo usano per chiamarci e che equivale a “sorella”. Sorella non intesa come suora, ma proprio come componente familiare. Bello tornare in Italia con la consapevolezza di avere una famiglia allargata in India composta da 95 sorelline. 

Sesto giorno:

Quando Bene prima di partire ci consiglió di portare con noi una torcia, tutte ci chiedevamo quale fosse l’utilità, nemmeno dovessimo fare trekking in notturna o un corso accelerato di speleologia. Ieri sera abbiamo dato un senso a tutto questo: il tempo è cambiato nel giro di un secondo e una leggera brezza si è trasformata in un diluvio universale che ha fatto saltare la luce nell’intero Centro. Noi ovviamente non ci siamo fatte trovare impreparate, torcina e via! Stamani consueta visita alle famiglie dove spesso la jeep è stata sostituita da una sana e produttiva camminata nei campi causa impraticabilità strada. Prima di pranzo, un’inaspettata sorpresa: una ragazza che ha terminato il sostegno a distanza con il Faggio perché ha raggiunto la maggiore età, è venuta appositamente per conoscerci facendo ore e ore di viaggio. Con un perfetto inglese ci spiega che il suo sogno è quello di diventare infermiera e quindi continuare gli studi. L’aiuto donato diventa tangibile in questi casi, si ha la prova di aver dato una possibilità a questi ragazzi affinché diventino adulti istruiti e indipendenti e magari con un lavoro utile all’intera comunità. Oggi sono le bambine a insegnarci un gioco: Kabadi. Divise in due squadre che occupano le metà opposte di un campo, i gruppi inviano a turno un attaccante nella metà avversaria. Lo scopo è prendere punti toccando un componente della squadra avversaria e scappare senza essere preso dagli altri. Si crea un tifo da stadio che ci carica a palla sempre sulle note di “Didi, Didi!”. Veniamo interrotte da un temporale, lo sfondo di un bellissimo arcobaleno intero (indradhanush) accompagna la fine dei nostri giochi. Arcobaleno, serie di archi luminosi colorati che appaiono in aria quando i raggi del sole incontrano gocce d’acqua, simbolo di unione in diverse culture. Le coincidenze non esistono. 

Settimo giorno:

E’ tempo di vistare la scuola e le classi! La curiosità dei bambini è straordinaria e la visita si trasforma in un interrogatorio. Le domande spaziano da quale è il nostro cibo preferito a come funziona in Italia il sistema idrico, da come mai abbiamo la pelle così chiara al tasso di cambio tra euro e rupia. La cosa che colpisce non è solo l’interesse dei bambini nei nostri confronti, ma soprattutto quella dei maestri. L’insegnante di social studies ci chiede di poter fotografare i pochi euri che abbiamo con noi. A casa nostra viene considerata numerosa una classe composta da 25 studenti, a Karangabahla ci sono classi da 67 studenti e nonostante questo durante le lezioni non vola una mosca.
A pranzo ormai chapati a nastro. Il chapati è un pane tipico indiano, un po’ come le nostre piadine ed è diventato una certezza a colazione, pranzo e cena. La versione salata prevede riso, uova, cavolo, fagioli, dal, pollo, l’immancabile ketchup e tutto ciò che troviamo in tavola. C’è anche la versione dolce con marmellata, banana e mela. Il chapati si trasforma così in tortilla. Le suore devono aver capito che ci piace molto e ne sfornano uno dietro l’altro. Le bambine ci aspettano per i giochi. Classico kabadi. Abbiamo raggiunto un certo livello di bravura dopo i pezzi di ieri e sfoggiamo placcaggi da esperti giocatori di rugby. È arrivato il momento di salutarci e le bimbe non vogliono che rientriamo perché si sono rese conto che domani è l’ultimo giorno che passiamo con loro. È incredibile la facilità con cui si creano certi legami e soprattutto la loro profondità. 

Ottavo giorno:

Sto leggendo un libro in questi giorni nei momenti relax, oggi la frase “Vivi l’oggi e cerca il sole” è evidenziata in grassetto. Il sole stamani ci ha abbandonate ed è stato sostituito da un’abbondante pioggia, ma lo ritroviamo nei sorrisi delle bambine. Facciamo le mini video interviste per i padrini e come sempre viene fuori il lato timido delle piccole, quelle che fino a ieri pomeriggio si scatenavano in balli e giochi, stamani mostrano sorrisi tirati e frasi sussurrate. Stress pre esame! Ovviamente basta qualche battuta per sciogliere l’atmosfera.

Ultimi giochi a Karangabahla, i balli fanno sempre da protagonisti e alle nostre danze si uniscono alcune signore dei villaggi circostanti, anche perché la musica a palla sparata nelle casse si sarà sentita anche nelle zone più remote dell’India.

L’altra frase del libro evidenziata in grassetto era “le tue azioni sono i tuoi monumenti” e forse noi in questi giorni una piccola casina l’abbiamo costruita: quando arriva il momento dei saluti scene di abbracci, baci, sorrisi ma soprattutto tante lacrime accompagnate da “don’t go Didi”. Chi non vive certe situazioni scambierà queste parole come una serie di frasi sdolcinate e piene di luoghi comuni ma termineró dicendone un’altra: noi avremo anche costruito una piccola casina, ma loro hanno tirato sù un grattacielo intero. 

Nono giorno:

Lasciamo Karangabahla un po’ più pesanti, metaforicamente ma anche letteralmente perché ogni bambina ci ha regalato qualcosa per poterci ricordare di loro: orecchini, mollette per capelli, braccialetti, fiori e addirittura anche una bibbia in hindi. Inizia così il viaggio di circa 18 ore verso l’Italia intervallato da un break in un improbabile chioschetto che nemmeno nei peggiori bar di Caracas, ma che regala inaspettatamente gioie alle nostre papille gustative con un egg rice che Ale Borghese definirebbe da DIESCI…peccato per il puzzo! Location e servizio da rivedere. Il saluto definitivo alle suore avviene all’aeroporto di Ranchi dove Sister Princy, che ha sempre mantenuto un certo rigore, si sbottona con un “We love you” accompagnato dal movimento di testa laterale tipico indiano (per inciso, equivale al nostro si ma sembra un nostro no, cosa che i primi giorni ci ha un po’ destabilizzate). Salutiamo l’India con la speranza che questo sia solo un arrivederci e non un addio. Dhanyavaad, Grazie! 

 

 

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